SABATO 4 MARZO 2023 ORE 20:45 – Teatro Comunale “Vittorio Emmanuele” Benevento

Replica (fuori abbonamento)

DOMENICA 5 MARZO – ORE 18:00

MICHELE PLACIDO in LA BOTTEGA DEL CAFFÈ

di Carlo Goldoni

regia Paolo Valerio

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Via Lungocalore Manfredi di Svevia 25, Benevento
0824.42711 · www.i-ticket.it

da lunedì al sabato dalle ore 10:00 alle ore 13:00 – dalle ore 17:00 alle ore 19:30

Michele Placido
di Carlo Goldoni
con in o.a. Luca Altavilla, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Anna Gargano, Armando Granato, Vito Lopriore, Francesco Migliaccio, Michelangelo Placido, Maria Grazia Plos
scene Marta Crisolini Malatesta
costumi Stefano Nicolao
luci Gigi Saccomandi
musiche Antonio Di Pofi
movimenti di scena Monica Codena
foto Simone Di Luca
regia Paolo Valerio
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Goldenart Production, Teatro della To- scana

Un’edizione nuova e accurata de La Bottega del caffè di Carlo Goldoni firmata da firmata da Paolo Valerio con protagonista Michele Placido.
In scena tutta la vitalità e il divertimento della commedia, la comprensione che Goldoni mostra per l’uomo, il suo amore viscerale per il teatro, per la scrittura, per gli attori, sulle cui potenzia- lità costruiva personaggi universali.

Don Marzio è il nobile napoletano che osserva seduto al caffè il piccolo mondo di un campiello veneziano e con malizia ne intriga i destini. Lo attorniano figure tutte importanti, ognuna am- bigua e interessante: una coralità in cui la pièce trova il fulcro del suo impeccabile meccanismo, che imprime ritmi vorticosi alle interazioni fra i personaggi.

«Il luogo della scena, che non cambia mai, merita qualche attenzione: è una piazzetta
nella città di Venezia. Di fronte vi sono tre botteghe: quella in mezzo è un caffè, quella a destra è occupata da un parrucchiere e l’altra a sinistra da un biscazziere. Da una parte, vi è fra due calli, una casetta, abitata da una ballerina, dall’altra una locanda». È lo stesso autore a descriverci nei Memoires la scena con perfetta unità di luogo, in cui si svolge “La bottega del caffè”: una commedia che da subito si annuncia corale, interessata a diverse figure e vicende, incentrata su un microcosmo attraverso cui Goldoni tratteggia uno sfaccettato affresco sociale e umano. Vi appartengono Eugenio un giovane mercante vittima della dipendenza dal gioco, e la sua giovane sposa che tenta di riportarlo sula retta via allontanandolo dalla casa da gioco del cinico Pandolfo. Anche il nobile Flaminio frequenta la casa da gioco sotto falso nome, contrastato dalla moglie Placida, mentre la ballerina Lisaura ignara di questo legame, spera di cambiar vita accanto a lui… Quante vanità, speranze, delusioni scorrono dunque davanti agli occhi di Ridolfo, il saggio proprietario della caffetteria e quante vicende arrivano all’orecchio malizioso di Don

Marzio, nobile napoletano che sorseggiando il caffè osserva questo piccolo mondo e si diverte a manipolarne i destini.
Al personaggio – che in questa nuova edizione firmata da Paolo Valerio sarà interpretato da Michele Placido, un grande e carismatico protagonista del mondo dello spettacolo italiano – Goldoni assicura una decisa e intrigante centralità. « (…) un chiacchierone maldicente, molto originale e comico – lo descrive nella stessa pagina dei Memoires – è uno di quei flagelli dell’umanità che preoccupa tutti quanti, infastidisce i frequentatori abituali del caffè». E a proposito del carattere di Don Marzio aggiunge un aneddoto: «quello del maldicente era applicabile a molte persone conosciute. Una di esse se la prese con me; fui minacciato, si parlava di spade, coltelli, pistole; ma, curiosi, forse, di vedere sedici commedie nuove in un anno, mi concessero il tempo di terminarle».

Se Ridolfo incarna i buoni principi borghesi e mercantili, Don Marzio si pone come antagonista, ma lo fa con notevole sottigliezza e fantasia: carpisce le confidenze e i segreti dei vari personaggi, capta notizie e non le verifica, ma le distorce a piacimento, tirando per un po’ le fila della trama… Finché l’intrigo non esplode a suo sfavore, per colpa di una sua ingenuità. Il malvagio viene punito, isolato dalla società veneziana, che intanto però ha mostrato le sue virtù assieme a parecchi lati oscuri.
«Soccombendo a quanto la sua lingua pettegola ha incautamente spiattellato – sottolinea infatti Piermario Vescovo in “Goldoni e il Teatro comico del Settecento” – a conclusione della commedia don Marzio finisce con l’assumere il ruolo del bugiardo, avendo egli in

realtà rivelato la verità attraverso un’osservazione deformata della realtà e attraverso la pratica di una maldicenza quasi ingenua (…) Inventa e calunnia, ma finisce con lo scoprire verità nascoste. In particolare, verso il finale è lui a rivelare al capo dei birri il luogo in cui il biscazziere Pandolfo poco prima gli ha confessato di nascondere le carte truccate, così da causarne l’arresto, salvando dalla rovina il mercante Eugenio, imperterrito giocatore. Don Marzio, non il buon Ridolfo, caffettiere onorato che esercita vicino alla bisca clandestina, permette con questa azione la giusta punizione e la chiusura dell’esercizio fraudolento.

(…) Nelle ultime scene don Marzio è solo, al centro del campiello, e i vari personaggi compaiono alternandosi dalle finestre e dalle porte degli edifici che si affacciano sulla piazzetta, protestando uno dopo l’altro per gli equivoci e le false dicerie, ma in realtà facendo di lui il capro espiatorio delle loro colpe e omissioni».

Moderna e complessa, ricca di ironie e acutezze, la commedia unisce una sapiente scrittura drammaturgica corale all’italiano settecentesco parlato, superando la stessa caratterizzante unità d’ambiente, quella di un campiello veneziano, dalla mattina al tramonto, in uno spaccato di vita quotidiana, che mette insieme lo spazio aperto di un caffè e quello chiuso di una casa da gioco clandestina.

Tre grandi realtà produttive italiane come il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, la Fondazione Teatro della Toscana e Goldenart Production ne portano in scena nella una nuova edizione, che ne porrà in luce le preziose complessità
assieme a tutta la gioiosa vitalità che la percorrono.

Note di Regia
di Paolo Valerio
Sono partito da un’immagine, un’ispirazione sollecitata da un testo di Georges Perec, “La vita: istruzioni per l’uso”. Lo scrittore francese immagina di poter “aprire” la facciata di un palazzo parigino e di osservare e raccontare le vite che scorrono nei diversi appartamenti. Immaginando di traslarla al microcosmo posto al centro de “La bottega del caffé”, quest’immagine diviene prima paesaggio architettonico, poi interiore, poi universale…
Lo spunto ha influenzato in particolare il progetto scenografico, la creazione del luogo fisico in cui assieme agli attori mettiamo in scena e raccontiamo “l’irresistibile fascino del pettegolezzo” che anima questo capolavoro di Carlo Goldoni.
È un campiello veneziano, non particolarmente aristocratico – lo collocherei nel sestiere di Cannaregio piuttosto che a San Marco – e lì, fra una casa da gioco e una bottega di caffé,
si muove una moltitudine di personaggi assieme ad un grande protagonista, Don Marzio. Ma – e in questo si riconosce, a mio avviso, la grande qualità della commedia – ognuno di loro possiede, nel disegno di Goldoni, una qualità straordinaria: l’autore riesce a tratteggiare ogni figura attraverso sfumature e intrecci che alla fine le rivelano. Ecco allora che all’immagine iniziale si è aggiunta la riflessione suggerita da un saggio di Davico Bonino, dove si legge “tradurre nel minimo spazio scenico il massimo della socialità”: è questo il nostro campiello, il nostro microcosmo.
Vi seguiamo le vicende di ognuno dei personaggi, e tutte conducono a Don Marzio, che si rivelerà la chiave della commedia, un personaggio ambiguo e alla fine catartico. Ho avuto

la fortuna di collaborare con un assieme di professionisti molto stimolanti, a partire dai coproduttori, che ringrazio: la privata Goldenart Production e Marco Giorgetti direttore della Fondazione Teatro della Toscana, che con sensibilità hanno abbracciato il progetto. E poi gli attori della Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia – che conosco ormai da diversi mesi – i giovani interpreti che hanno lavorato con i coproduttori della Goldenart e soprattutto, nel ruolo di Don Marzio, Michele Placido che in queste fasi di lavoro è stato un maestro e un “capocomico” generoso, ha rivelato grande creatività, intensità e intelligenza rispetto a un personaggio che se da un lato può essergli affine, dall’altro ogni sera ci riserva sorprese nuove.

È racchiuso in Don Marzio il misterioso fascino di questo testo, spesso riletto in chiave contemporanea, che ha conquistato autori come Fassbinder, e che anche in questa nostra edizione aggancia senza fatica, senza necessità di sottolineature, l’attualità delle “fake
news” quando le chiacchiere del campiello si trasformano in accuse feroci, o un certo
gusto per il voyeurismo, se si invita il pubblico a intrufolar lo sguardo all’interno di camerini e abitazioni dei personaggi.

Il personaggio di Don Marzio di queste curiosità, di queste distorsioni del vero, è il principe: seduto al caffè, osserva e intriga nelle vite degli abitanti del campiello, da cui volutamente si distacca con l’uso di un linguaggio crudo, brutale, divertente ma politicamente scorretto (soprattutto nel rapporto con l’universo femminile) ed autoinvestendosi di una sorta di superiorità (è nobile, viene da Napoli…). Una estraneità che pagherà cara: lo rende alla fine “il diverso”, il “capro espiatorio” da emarginare. Ma la

sua uscita di scena rivela le ambiguità e i lati oscuri di ogni componente della piccola società del campiello, assicurando al “lieto fine” un sapore amaro e alla commedia una dimensione misteriosa e molto affascinante da indagare.
Nel perfetto meccanismo drammaturgico de “La bottega del caffè”, nella sua incantevole leggerezza, tante sono le tracce di questo lato d’ombra: basti pensare alle molte battute banali fra i personaggi (“che bella giornata… “pioverà”…), un linguaggio esteriore che cela situazioni destinate a degenerare e caratteri solo apparentemente limpidi.

Ho voluto alludere a questo mondo sotterraneo richiamando il carnevale, a cui la commedia rimanda, attraverso alcuni momenti in cui gli attori si muovono in scena

indossando delle bautte bianche. Maschere che servono a festeggiare ma anche a celare sentimenti e intenzioni: assieme all’aspetto in parte “scheletrico” della scenografia, segnano da un lato un legame con il mondo goldoniano e al contempo una frattura, un possibile uso simbolico e “altro” degli elementi della tradizione.

Fondamentali nella lunga progettazione dello spettacolo sono stati gli apporti di preziosi compagni di viaggio: la scenografa Marta Crisolini Malatesta, il costumista Stefano Nicolao, Gigi Saccomandi che ha concepito le luci, Antonio Di Pofi per le musiche e Monica Codena per i movimenti di scena.

Sarà una vera emozione alzare il sipario su questo nuovo allestimento de “La Bottega del caffé” a Trieste – “città del caffé” per storia, cultura e tradizione – in una regione che capisce e ama Carlo Goldoni, ed in un un anno speciale per chi fa teatro: centenario della

nascita di quel Giorgio Strehler, triestino, che proprio nell’amore per il teatro si sentì vicino all’autore veneziano. «Amore per questa piccola macchina di carta – scrisse ai suoi attori – così complessa, così fragile, in cui noi ci muoviamo, cercando di non guastarla, di non distruggerla, ma di farla volare in alto, il più alto possibile, sulla punta delle nostre dita, con il battito dei nostri cuori».