26/08/2026 alle 20:30 - 2026, Festival, Piazze d'Autore
Piazza F. Torre - Corso Garibaldi

Hamida nasce come dramma teatrale e viene rappresentato con successo in otto paesi europei: Italia, Belgio, Francia (in particolare Avignone con la Compagnia Teatrale Forteresse, diretta da Anna Romano, che ha tradotto e messo in scena l’opera), Germania, Grecia, Spagna, Malta e Montenegro (Festival MIT Fest Montenegro International Theatre). In alcuni contesti è stato tradotto in francese e inglese. Il progetto si inserisce in iniziative europee di drammaturgia collettiva finanziate o sostenute a livello comunitario, con tour che hanno toccato città come Oslo (Norvegia, citata in alcuni progetti correlati), Bruxelles, Firenze, Viterbo e Napoli. Il dramma viene trasposto in romanzo nel 2025, La Colomba di Damasco (La Paloma de Damasco). Pubblicato in Colombia dalla casa editrice Papel y Lápiz di Aroon Parodi Quiroga, con traduzione di Elisabetta Bagli (poetessa, scrittrice e critico letterario).
Il testo unisce profondità lirica, introspezione psicologica e respiro epico, esplorando con sensibilità e realismo l’esilio al femminile – tema innovativo nella letteratura, tradizionalmente legato a figure maschili eroiche o mitiche. Selvaggio lo definisce un “romanzo/poema” che sfida i confini di genere letterario, fondendo prosa narrativa, immagini poetiche e struttura drammaturgica. La protagonista è Hamida, una giovane esule siriana che fugge dalla guerra e dalle violenze del suo Paese devastato. Il suo viaggio diventa un percorso di ricerca identitaria, di resilienza e di ricostruzione di sé in terre straniere, segnato da traumi, incontri drammatici, amore (con Aban), perdita e speranza. Hamida affronta esilio, sfruttamento, paura e desiderio di appartenenza, intrecciando memoria personale, riflessioni sul corpo e sull’identità femminile, e una forte denuncia delle dinamiche di genere e delle tragedie umanitarie contemporanee (siriane e mediorientali in particolare).
Lo stile è sinfonico e multisensoriale: la prosa varia toni e immagini, passando da descrizioni crude della guerra (bombardamenti, mine, paura fisica) a momenti di intima poesia, dove oggetti quotidiani e paesaggi assumono valore simbolico. Frasi come i brandelli di carne che volano “come uccelli affamati” o i ricordi d’amore contrapposti alla violenza illustrano la capacità dell’autrice di fondere concreto e astratto, percepito e riflesso, in una narrazione che richiama influenze come García Márquez, Roberto Bolaño e, nella densità stilistica, Carlo Emilio Gadda (a cui Selvaggio ha dedicato un apprezzato saggio pluripremiato). Temi principali: Esilio e migrazione — non solo geografico ma esistenziale e femminile. Identità culturale e di genere — lotta per l’autodeterminazione in contesti ostili. Memoria, trauma e speranza — il corpo come luogo di violenza e di rinascita. Umanità universale — oltre frontiere, con uno sguardo glocale (radici sannite-mediterranee proiettate sul globale). Maria Pia Selvaggio, attiva dagli anni ’80, spazia tra poesia, romanzo, teatro e saggistica. Le sue opere riflettono esperienze in diversi Paesi (Brasile, America, Spagna, Belgio) e un forte impegno civile su temi sociali, di genere e ambientali. La Paloma de Damasco si inserisce in una produzione glocale: radici profonde nel Sannio (miti sanniti, janare, terra tellurica) come lente per leggere fenomeni globali come migrazioni, Antropocene e violenze. Altre opere rilevanti includono: De propidade nua (Brasile), Taberna del Paraíso (Spagna), testi sull’India,traduzioni in indo e sulla Shoah. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui “Le Nove Muse”, “Milano Donna”, “Dante Alighieri” e “Ignazio Silone”. Il romanzo ha ottenuto attenzione critica in Italia e America Latina, lodato per la sua capacità di trasformare il dramma individuale in sinfonia universale, con echi di realismo magico e introspezione moderna. Rappresenta un ponte tra culture mediterranee, europee e latinoamericane, sottolineando l’universalità dell’esperienza dell’esilio in un mondo segnato da conflitti e spostamenti forzati. In sintesi, La Colomba di Damasco non è solo il ritratto di Hamida, ma un inno alla resilienza femminile, alla Terra errante e alla possibilità di rinascita attraverso la narrazione. Un’opera che, partendo dal legno di un palcoscenico avignonese, ha volato come la sua “paloma” tra continenti, arricchendo il dialogo letterario contemporaneo su identità, migrazione e umanità condivisa.